LA TORRE DI PIETRA
by Melissa


Il salone aveva un aspetto scintillante e gelido.
Candele su candele, nere, di cera argento e dalla luce verde, bruciavano e si scioglievano ad ogni angolo, creando complessi disegni di cera sulle mensole, sui tavoli e sui pavimenti di marmo. I serpenti scivolavano tra le statue di pietra che ornavano le pareti, mentre maghi e streghe con visi pallidi e occhi febbrili sedevano sui divani bevendo
distrattamente da calici sottili. Il fuoco nel camino era spento.

Voldemort, la sua figura rigida, immobile, scheletrica, osservava la brughiera buia e la pioggia attraverso l'ampia finestra che si trovava in fondo alla sala.

"Lucius, hai sempre avuto uno stile interessante" disse senza voltarsi, "spero però che questo non sia tutto quello che hai da offrirmi", aggiunse.

"Lord Voldemort, la mia casa, la mia fedeltà, l'impegno a riunire qui i sostenitori della nostra causa..." si affrettò a rispondere Lucius Malfoy, la voce incrinata, incerta.

"Vedo, Lucius. Sarà una buona occasione per definire le prime mosse" disse Voldemort, sibilando ogni parola, "pensavo però che avresti portato qui i due che intendo uccidere per primi", aggiunse.

Nel silenzio si alzò una voce bassa e ferma alle loro spalle, "Tutta questa fretta, Lord Voldemort," continuò la voce, "come se non potessimo concederci il piacere della caccia, come ai vecchi tempi."

Ci fu un istante sospeso, in cui si udì solo il fruscio dei serpenti che si avvolgevano sulla pietra.
Tutti si voltarono verso la porta principale, che era stata spalancata. Un uomo alto, avvolto in un mantello nero bagnato di pioggia entrò a grandi passi, lasciando scendere lentamente le mani che avevano spinto i battenti. Si fermò davanti a Voldemort e abbassò il cappuccio, scoprendo lunghi capelli scuri e un volto bianco e freddo. Voldemort lo guardò dritto negli occhi e lui sostenne lo sguardo, i lineamenti immobili e la mandibola serrata.

"Mi aspettavo una mossa del genere Severus, scegliere il momento in cui farsi uccidere è pur sempre un segno di dignità. Sapevo che non mi avresti costretto a lanciarti una maledizione alle spalle" sibilò Voldermort con un ghigno.

"La dissimulazione è un'arte che può essere facilmente confusa con la prevedibilità", rispose Snape senza abbassare lo sguardo.

Voldermort rise, una risata secca e alta.

"Ho sempre apprezzato i tuoi modi irritanti, Severus, proprio quando sono sul punto di ucciderti mi costringi a trattenermi per poter continuare la conversazione" disse scoprendo appena i denti.

"Sono tornato per servirti, come ho giurato di fare quattordici anni fa, in questa sala" disse Snape abbassando la testa in un breve inchino. Trattenne il fiato, nel dirlo.

"Molto bene. Questa notte avremo modo di parlare. Ora devo ritirarmi. Lucius..." - disse Voldemort con una smorfia stretta.

Lucius Malfoy, che aveva osservato la scena senza osare un respiro, inviò a Snape un'occhiata e un gesto secco del capo, poi accompagnò Voldemort oltre una piccola porta di legno scuro.

Severus Snape rimase per alcuni istanti davanti alla finestra, scrutando il buio totale oltre i vetri. Era completamente consapevole degli occhi che lo fissavano alle sue spalle. Non aveva ancora guardato in volto nessuno, ma sapeva che dovevano esserci molti amici in quella sala, amici che era stato sul punto di uccidere o che aveva imparato a disprezzare, ma di cui non era mai riuscito a cancellare i ricordi. Forse c'erano le persone che avrebbe dovuto ingannare, tradire o uccidere molto presto. Sapeva che lei era lì. Ne avvertiva la presenza, l'energia nell'aria. Si voltò lentamente e la vide. Era incredibilmente pallida e più magra di come la ricordava, ma i suoi occhi erano gli stessi, scuri, verdi, e lontani. Sentì un'ondata di angoscia violenta e dovette lottare per rimanere impassibile. Lei lo guardava, e lui non sapeva dire cosa c'era nel suo sguardo, se odio o solo indifferenza. O sollievo, forse. Si chiese se avrebbe preferito affrontare il suo disprezzo, di certo non attenuato dal tempo e dalla distanza. O la sua indifferenza, che li avrebbe liberati con crudele perfezione dai contorti legami che avevano stretto.
Non si permise di pensare che in quello sguardo ci fosse solo sollievo. Con uno sforzo lasciò gli occhi di lei, e uscì dalla sala.

Nel tentativo di conservare la calma raggiunse la biblioteca. Aveva sempre invidiato a Lucius la sua collezione di famiglia di libri sulle arti oscure, e in quella sala aveva passato molte ore, cercando, studiando. In ognuno di quei libri, lo sapeva fin troppo bene, era celata una velenosissima goccia di potere.

Appoggiò le mani sul tavolo di legno scuro, chiuse gli occhi e ricordò un'estate di molti anni prima, un mattina di sole indeciso e quella biblioteca, un ragazzo che scorreva febbrilmente i volumi cercando e cercando ancora. Improvvisamente quel ragazzo aveva sentito una voce provenire da un angolo alle sue spalle e girandosi aveva visto un paio di stivali di pelle lucidissimi spuntare da una poltrona.

"E tu saresti Snape?", aveva chiesto la voce femminile nascosta nella poltrona.

"E tu saresti?", aveva risposto tornando con gli occhi sul libro.

"Nicole Lestrange"

Aveva udito un fruscio leggero e gli speroni che tintinnavano appena toccandosi. Si era girato. Una ragazza dall'aria incuriosita stava in ginocchio sulla poltrona vicino alla finestra, i gomiti appoggiati alla spalliera, e lo guardava. Aveva i capelli lunghi e castani stretti in una treccia, occhi di un verde molto scuro, e una tenuta da amazzone.

"La vicina di casa di Lucius", aveva detto Snape posando il libro e alzando di nuovo lo sguardo.

"Diciamo così", aveva detto lei spalancando gli occhi.

"Neodiplomata di Durmstrang", aveva continuato lui.

"E molto altro ancora"

Ricordava molto bene quello che aveva provato. Attrazione. Inquietudine. In quegli anni aveva tentato in ogni modo di arrivare ai Lestrange, e ora finalmente era arrivata l'occasione giusta. Nicole e suo fratello Rodolphus erano gli eredi di una famiglia antichissima di maghi, che affondava le radici in un mondo ormai perduto, al di là delle nebbie dei luoghi sacri. Nelle loro casa, nella loro famiglia erano costruiti i segreti più terribili e le informazioni più arcane protette da generazioni di maghi e streghe
oscuri. Rodulphus aveva sposato Bellatrix Black, crudele e avida di potere come nessun altro, custode a sua volta di un antico sangue puro. I Malfoy erano solo dei dilettanti imparruccati al confronto. Ma se ottenere la fiducia di Lucius Malfoy era relativamente semplice, se ottenere quella di Voldermort era in fondo solo un piccolo futile gioco al massacro, ingannare un Lestrange significava essere disposti a camminare su un filo molto sottile.

"Mi dicono che hai messo a punto tu i nuovi veleni che sto usando" aveva detto lei squadrandolo da capo a piedi con interesse.

Snape aveva agganciato i suoi occhi e aveva cercato di sondarli, ma lei non glielo aveva permesso.

"Dipende. Funzionano?"

"Ho fatto alcune variazione che vorrei mostrarti" aveva detto, e i suoi occhi brillavano di una luce inafferrabile.

*

Snape trasalì avvertendo lo scricchiolio della porta. Quando la vide entrare sentì una esplosione di rabbia, e dovette impiegare tutta la sue forze per restare impassibile. Starle lontano era stato doloroso, e starle vicino, lo scopriva solo ora, era intollerabile.

"Avevo sperato di non dover più assistere al vostro ridicolo gioco di forza" disse lei, dopo aver chiuso la pesante porta di legno alle sue spalle.

"E io che pensavo ti eccitasse" disse lui con un ghigno, guardandola intensamente e cercando di dimenticare tutto. Il passato. Il presente. Un futuro insensato.

"In effetti sono venuta da San Pietroburgo appositamente" rispose lei, una smorfia sarcastica sul volto.

"Cosa vuoi?" chiese improvvisamente Snape, la sua voce bassa e roca, appena percettibile.

Le piantò gli occhi negli occhi.

"Parlare" disse lei, sostenendo il suo sguardo.

"Allora parla" rispose.

"Ti sei perso quell'idiota di Karkaroff" disse lei con una punta di esasperazione, lasciandosi sprofondare con noncuranza in una poltrona.

"Non aveva tatuato sul braccio rispedire al mittente in caso di malfunzionamento. E non c'era nessun biglietto da Durmstrang." disse Snape.

"Cosa ti aspettavi? Una letterina scritta con l'inchiostro di violetta? Caro Severus, i tempi sono difficili e tu mi manchi tanto, non perdere la speranza e nemmeno Karkaroff, tua Nicole?"

Snape la guardò per un lungo istante. Avrebbe voluto gridare, colpirla. Comprendere il suo potere. E sentire la sua pelle sotto le dita.

"A che ti serve Karkaroff?" disse tra i denti.

"Voldermort vuole che glielo trovi vivo", disse lei guardandolo dritto negli occhi, tanto a fondo da farlo rabbrividire.

"E con questo?"

"Non è il caso che Karakroff venga qui a farsi torturare e a dire quello che sa di noi, ti pare?"

"Allora uccidilo. Ti stai facendo degli scrupoli per una banalità."

"Sei tu che l'hai visto per ultimo."

"Va bene. Ha sentito il marchio, ha avuto paura ed è scappato. Tutto qui. Per quanto riguarda il resto ti consiglio di starmi alla larga, la mia posizione qui non è esattamente sicura."

Nicole si alzò dalla poltrona e guardò Snape a lungo, come se cercasse di trattenersi dal dire qualcosa. Poi gli voltò le spalle in silenzio. Lui chiuse gli occhi, e sentì la porta della biblioteca chiudersi.

***

Frequentare casa Lestrange non era esattamente un divertimento mondano. Il castello di pietra era immerso in un bosco molto folto, e solo una torre si poteva vedere, alta sulle cime dei larici, arrivando dal sentiero principale. Apparire nelle vicinanze o spuntare dai camini non era una abitudine gradita, così Snape aveva iniziato, come Nicole, ad arrivare a cavallo. Mordred era un morello ostinato e coraggioso, che non aveva accettato di buon grado il trasferimento in una scuderia più vicina a Canterbury. Non era una creatura magica, ma faceva parte di un mondo dove il tempo sembrava contorcersi su se stesso, mutando i pensieri e le percezioni. Il bosco inghiottiva casa Lestrange, e custodiva i suoi segreti.

Severus Snape aveva studiato le arti oscure per molti anni, ma mai era stato così vicino a toccare il potere che aveva inseguito con tanta perseveranza.
Controllare non solo il corpo, ma i pensieri, la volontà, i desideri. Tutto con una sola goccia densa di pozione posata sulle labbra. Delle mille formule, dei mille esperimenti ricordava ogni particolare, anche se aveva distrutto gli appunti e alterato i risultati. Il crudele entourage di Voldemort forniva conoscenze, materiali, copertura, ma questa non era una buona ragione per partecipare al suo progetto folle. Se il potere fine a se stesso all'inizio poteva essere inebriante, diventava presto insensato. Così per anni aveva vissuto al buio dei laboratori e delle biblioteche, lasciando trapelare solo briciole del proprio lavoro. Quelle briciole però erano armi potenti nelle mani di Voldemort, così Snape aveva iniziato un doppio gioco ancora più sottile, per ogni fiala nelle mani di Voldermort, una fiala nelle mani di Dumbledore. Informazioni, piani, mappe, istruzioni, scivolate goccia a goccia nel buio della Londra dei babbani, consegnate a interlocutori di cui non conosceva il vero volto, e che non conoscevano il suo,
ogni volta alterati dalla pozione polisucco. Non lo faceva per la propria coscienza. Non gli importava della propria coscienza, e neanche delle persone che aveva dovuto uccidere. Lo faceva perché era l'unica cosa da fare.

Casa Lestrange rappresentava un enorme passo avanti. Copie uniche di libri antichissimi, conoscenze che si credevano perdute, estratti di erbe magiche estinte. E
Nicole non era una strega come le altre. Cosa pensasse di lui non lo sapeva con certezza. Sicuramente apprezzava il suo lavoro, ma aveva qualcosa negli occhi, ogni volta, che rimandava ad altri mondi e ad altro piano di conoscenza, come se considerasse ogni nuova pozione da punti di vista che lui non poteva neppure immaginare. Era silenziosa. Intuitiva. E il sesso con lei era irrisolto e avido, lo lasciava esausto e insieme impaziente. Odiarla era incredibilmente facile, così lontana, così sicura, così odiosamente fredda. Quante volte, mentre lavorava, l'aveva vista prendere appunti in russo, con una scrittura sottile ed elegante, e alzare gli occhi di tanto in tanto ad osservarlo, come se stesse scrivendo di lui, tra un ingrediente e l'altro di un nuovo veleno. E nelle sue formule, crudeli, subdole, c'era qualcosa di perfetto, di sublime, una
compiutezza che ogni volta lo colpiva a fondo, facendo emergere domande silenziose che rimanevano sempre senza risposta.

***

Voldermort sedeva in un'ampia poltrona di pelle al centro dello studio. La stanza era piccola e scura, illuminata da poche candele dalla luce fredda, non c'era fuoco nel camino. Snape chiuse la porta alla sue spalle e la porta svanì, trasformandosi in un pannello di legno del tutto simile agli altri che rivestivano le pareti. Intravide la sagoma di Nicole, immobile, in piedi vicino alla finestra. Era troppo buio per capire se lei lo stesse guardando. Che importava poi, sapeva perché lei era lì.

"Questa atmosfera da club per ex studenti di Slytherin che tanto piace a Lucius è indubbiamente piacevole, ma è ora di passare a questioni più importanti, immagino
tu capisca, Severus."

"Non sono mai stato un tipo mondano, in questo siamo uguali", disse Snape cercando di non ascoltare il sangue che gli pulsava nelle tempie.

Voldermort arricciò un angolo della bocca, poi continuò, "come puoi ben immaginare, per questo nostro incontro mi si presentava un ampio ventaglio di possibilità, possibilità che per un delizioso meccanismo del destino sei stato proprio tu a fornirmi"

"Mi stai chiedendo un consiglio?"

"Veramente no", disse Voldemort alzandosi in piedi, "ricordo molto bene i tuoi gusti". Tese un braccio e sollevò una fiala di liquido nero.

Snape ricacciò un brivido nel profondo della spina dorsale, prese la fiala, e bevve il contenuto in un sorso. All'inizio non riconobbe la paura. Pensò che fosse solo il terrore del trovarsi lì, di fronte all'incubo che lo aveva visitato ogni notte per dieci anni. Aveva lavorato duramente perché quell'incubo non si avverasse. Poi sentì le ondate di panico, quella sensazione così dolorosamente incontrollabile che proprio lui aveva calibrato con mille esperimenti, con mille ricerche. Ricordò le notti a casa Lestrange, le notti in cui aveva creato quella pozione capace di stanare la paura dal fondo dell'anima, di far crollare ogni difesa razionale, lasciando la mente indifesa e fragile. Un veleno infinitamente più crudele del Veritaserum, che non costringe semplicemente ad una verità inevitabile, ma che spinge a tradire se stessi, lasciando la terribile consapevolezza di non aver lottato abbastanza. Snape sentì il sangue pulsare violentemente nelle tempie. Vide Nicole uscire dall'ombra e guardarlo impassibile, da dietro la poltrona di Voldemort. Aveva fatto un ottimo lavoro. Snape lasciò cadere a terra la bottiglia e fece un passo avanti.

***

Non si era ancora abituato del tutto a vivere nella Londra babbana. Era rumorosa, confusa, estranea. Il suo appartamento era piccolo, arrampicato sui tetti di Hammersmith, due stanze e un terrazzo da cui si vedeva solo qualche stella, quando non c'era la luna. Per quanto fosse difficile, alienante anche, vivere all'interno in un mondo così luminoso e artificiale, Snape aveva imparato ad apprezzare la sensazione di essere lontano da tutto, da casa Malfoy, da Hogwarts, dal gioco tremendo che era la sua vita di mago.
Quell'appartamento era il suo guscio privato, con il profumo del legno e i libri sparsi in ogni angolo, era suo in ogni dettaglio, il suo camino, il suo letto, le sue tazze sbeccate sul tavolo della cucina. Apparire a Canterbury era come sprofondare in un mondo diverso, più buio, pieno di voci sussurrate e di segreti atroci. E galoppare fino a casa Lestrange era affondare in un luogo ancora più oscuro, che a volte sembrava non esistere neppure, se non nel fondo nella sua anima.

Non usava gufi per comunicare con Dumbledore, sarebbe stato ridicolmente sospetto. Un invito nella posta babbana significava che un corriere sarebbe passato per Londra. Ogni volta c'erano due nomi in codice differenti, uno per lui e uno per il corriere. Questa volta c'era il biglietto per un concerto. Merlino avrebbe incontrato Nimue, che strano. Stava a lui decidere se andare o no. Aveva incontratio molti corrieri fino a quel momento, o forse erano sempre la stessa persona. Lui era sempre stato una persona diversa.

Quella notte pioveva ad Hammersmith. Lui comparve dal buio del parco e camminò lentamente sotto la lunga fila dei lampioni, il bavero del cappotto alzato o lo sguardo tagliente. Mescolarsi ai babbani gli dava sempre una sottile sensazione di potere. Vestirsi come loro, parlare come loro, respirare la loro musica disperata, e avere tutto un mondo diverso nascosto sotto la pelle, avere molto più di quanto tutti loro potessero solo sognare guardando il cielo buio. Sfilò davanti ai punk seduti immobili lungo il muro, lanciò uno sguardo distratto alle ragazze silenziose che lo spiavano da sotto le ciglia cariche di rimmel nero, mostrò il suo biglietto ed entrò. Per un istante
dovette trattenere il fiato, il fumo e l'odore acido della birra erano troppo forti. Poi entrò nel suono martellante di God Save the Queen gridata dagli altoparlanti, si avvicinò al bar, chiese una birra e ne lasciò rotolare metà in gola, gelata, ad occhi chiusi. In quel momento le urla si alzarono, seguite da un silenzio irreale. Era entrato il duca bianco. E in quel momento cinque dita morbide si intrecciarono alle sue, nella folla. Non aprì gli occhi, solo strinse quelle dita e piegò appena il viso di lato.
Non la vide, ma sentì il suo respiro vicino all'orecchio, e una sensazione nello stomaco che non comprese e che non riuscì a reprimere. Bowie gridava Rock'n'roll Suicide con tutte le sue forze.

- Merlino - sussurrò lei.

- Nimue - rispose lui con un sorriso amaro. Si girò a guardarla, era alta e pallida, con i capelli biondi che scendevano su un abito lungo di seta nera.

Lui le afferrò una mano e la trascinò tra la folla, fino ad un angolo in fondo alla sala, dietro alle scale. Lei lo seguì. Bowie cantava, intenso e doloroso e ipnotico. La guardò e nei suoi occhi c'era una luce scura che danzava.

- Ho qualcosa per te - disse lei.

Lui appoggiò la schiena al muro.

Lei tolse una fiala da una piccola borsa di pelle. Era una semplice fiala da laboratorio, e conteneva un liquido trasparente.

"Aiuterà i prigionieri a sopportare le torture, li farà stare meglio, non impazziranno, non tenteranno più di uccidersi" disse.

"La formula?" disse Snape freddamente.

"Non posso fartela avere. Ma questo è un estratto, ti basterà"

Lei lo guardò negli occhi per un istante, poi si girò per andarsene, ma lui le teneva ancora la mano e la trattenne. Per un lungo istante sentì che anche lei stringeva la sua mano. Quando la lasciò, lei sparì inghiottita da mille braccia alzate verso il palco.

***

"In effetti non mi importa stabilire se mi sei ancora fedele. So che non lo sei mai stato completamente, e questo non mi ha impedito di servirmi di te in modo soddisfacente, come non ha impedito a te di servirti del mio potere" disse Voldermort intrecciando le dita davanti alle labbra.

Snape non si era mosso.

"Quello che voglio ora è una spia vicina a Dumbledore, qualcuno abbastanza scaltro da sostenere un doppio così gioco delicato, abbastanza potente da agire con
precisione, e abbastanza freddo da non lasciare tracce, umane o magiche."

"Non perdiamoci in lusinghe. Questo incarico è stato mio per più di dieci anni" disse Snape scoprendo i denti.

Sentiva il panico scorrere e pulsare nel sangue, le spire del potere di Voldemort circondare la sua volontà e soffocarla. Ma sapeva di poter resistere, di poter fare della propria mente un labirinto ingannevole e senza uscita, di poter seppellire le proprie emozioni in un luogo talmente profondo e buio che lui stesso non sarebbe stato capace di riconoscerle.

"Non perderò tempo a chiederti cose che non sai, Dumbledore sarà stato cauto con te. So già che sta riunendo il vecchio gruppo, che costituirà un ordine per combattermi, come vedi sono piuttosto informato", disse socchiudendo gli occhi, poi continuò, "immagino abbia già preso contatti con il tuo amico Black".

Snape serrò le mascelle.

"Chi altri sa che non è stato lui ma Wormtail a tradire i Potter?"

"Pochissimi, i più vicini a Dumbledore, compresi il giovane Potter e altri due studenti di Hogwarts". La sua mente lottò nel tentativo di prevedere le conseguenze di quell'informazione, e decise che non erano gravi. La paura gli serrava lo stomaco, ma era solo paura, niente di più, una reazione chimica, non il silenzioso, sordo dolore con cui doveva lottare ogni giorno. Quello era seppellito a fondo, al sicuro al centro della sua anima, da dove non se ne sarebbe mai andato. Sentì i pensieri di Voldemort farsi strada nella sua mente, la frustrazione nel trovare solo terrore bruciante e nient'altro. Sostenne il suo sguardo, curvò appena le labbra nel cogliere la sua esasperazione. Poteva farcela, era solo una fiala, l'effetto non sarebbe durato a lungo. O forse quella certezza era solo un'altra reazione chimica, una sicurezza folle instillata nella pozione per far cadere l'ultima sua difesa, per costringerlo a tradirsi. Il tocco subdolo di Nicole.

"Perchè mi hai impedito di uccidere Potter, quando ne ho avuto l'occasione cinque anni fa, quando controllavo Quirrel?", chiese Voldemort lentamente.

"Non sapevo chi fosse a controllarlo, allora era contro i miei interessi che Potter morisse in quel modo", disse Snape altrettanto lentamente, e ascoltò la sua voce nell'aria, mentre dal fondo della sua mente altre voci gridavano per uscire, intrappolate lontano da Voldemort.

"Tecnicamente questo è vero, e apprezzo di non dover ascoltare la solita frase stucchevole da Mangiamorte malamente riconvertito per l'occasione. D'altra parte, sappiamo entrambi che la verità è uno specchio con molte facce. Niente è cambiato e tutto è cambiato, vero Severus?"

Voldemort di alzò in piedi e attraversò la sala in direzione della porta invisibile. Snape avvertì la sua energia, muoversi e rimbalzare sulle pareti, sugli oggetti. Vide i suoi occhi da rettile avvicinarsi e trapassarlo, e quando lui gli fu accanto udì, pronunciata a bassa voce, ma distinta e terribile, la formula.

"Crucio"

***

Per quante volte avesse tentato di aiutare Narcissa, non era mai riuscito a rivedere quel sorriso che a Hogwarts affascinava tanto i ragazzi di Slytherin, nessuno escluso. Erano bastati pochi anni per trasformarla da una frivola biondina, decisa e dolce abbastanza da avvicinarsi e diventare un'amica, in una signora rigida e impaurita, incapace di scegliere e sempre in cerca di protezione. Eppure gli sembrava di essere di qualche aiuto, quando lei arrivava a Londra d'improvviso, usciva dal camino e crollava in lacrime sul letto. Qualche volta portava anche Draco, un bambino di pochi mesi biondo come lei che sembrava voler piangere per tenerle compagnia. Così Snape
passava ore interminabili camminando su e giù per la stanza, nel tentativo di calmare sia lei che lui. E quante volte ci era riuscito, e aveva chiuso la porta della camera dove lei si era addormentata, per andare a dormire raggomitolato sul divano, con accanto Draco sistemato su una poltrona in modo che il lato senza braccioli né schienale si appoggiasse al bracciolo del divano e gli impedisse di cadere. E Draco sembrava così felice, alla fine, dopo aver pianto per tre ore filate, di trovarsi in quello strano lettino imbottito da tutte le parti, con le luci babbane dalla finestra e uno strano mago addormentato accanto.

Quella notte era diverso. Narcissa era venuta da sola, era pallida e stringeva le labbra così tanto da farle sembrare bianche. Sedeva sul divano e teneva gli occhi fissi sul pavimento.

"Devo dirti una cosa, Severus", aveva detto in un soffio.

Lui si era seduto di fronte a lei, e le aveva sollevato il viso con un dito. Aveva gli occhi asciutti.

"L'amante di Lucius, ti avevo detto che non sapevo chi era, ti ho mentito", disse sforzandosi di guardarlo negli occhi

Snape si irrigidì, questo poteva significare una sola cosa.

"Non so perché ho aspettato tanto a dirtelo..."

"Nicole", disse lui abbassando lo sguardo. Lasciò il viso di lei e si alzò in piedi.

"Poco fa li ho sentiti parlare di te, lei ti sta tenendo d'occhio per conto di lui"

Snape si girò di scatto verso di lei

"L'ho sentita dire che non si fida del tutto di te, che ha dei sospetti ma ancora nessuna prova"

Snape rimase in silenzio.

"Devi stare attento", disse. Poi si alzò in piedi, con una mano strinse brevemente il braccio di lui, poi sparì.

***

Il dolore sembrò sopportabile all'inizio, abbastanza da rimanere in piedi in silenzio mentre Voldemort lasciava la stanza. Poi crebbe e divenne più profondo, come una morsa che stringeva e stringeva senza cedere.
Il mondo divenne buio e muto, mentre il dolore urlava attraverso la sua bocca. Cadde a terra, senza capire come. Chiuse gli occhi, si raggomitolò sul pavimento di marmo, e gridò.

***

Aveva accompagnato spesso Rodolphus Lestrange nei sotterranei del castello. Aveva visto i prigionieri, a volte centinaia, maghi, babbani, legati mani e piedi ai muri neri. Si era chiesto come erano capaci di rimanere in vita, dove trovassero la forza di restare attaccati ad una esperienza così miserabile, da dove prendessero quella consapevolezza cieca che avrebbero rivisto casa. E molti la rivedevano. Una volta svuotati di ogni informazione, di ogni energia, venivano rispediti nel loro mondo, senza ricordi di quello che era accaduto, scheletri sopravvissuti al dolore, schiavi inconsapevoli del potere di Voldermort. Eppure tornavano, ricominciavano le loro vite da dove le avevano lasciate, forse erano anche felici. Una notte fu invitato a partecipare alla tortura di un uomo babbano che si trovava in quelle carceri da molti mesi. Snape aveva imparato ad esercitare il distacco. Quella fu solo una notte come tante altre. Ma alla fine, rimasto solo, lasciò cadere una goccia dalla fiala di Nimue sulla bocca tumefatta
dell'uomo, e subito vide dai suoi occhi che non era la prima volta che assaggiava quel sapore.

Quando gli auror pianificarono l'arresto dei Lestrange fu tutto incredibilmente doloroso. Il contatto di Dumbledore, seduto al tavolo di un pub come altri mille sembrava pretendere da lui informazioni senza capire quale fosse il loro prezzo. Snape non rivelò gli incantesimi, né i passaggi per casa Lestrange, decise che non li avrebbe traditi. Ma non si oppose al piano, non diede informazioni false. Gli dissero che gli Auror avrebbero preso nel modo più discreto e pacifico possibile Rodolphus e sua moglie Bellatrix, gli unici di cui esistessero prove di colpevolezza. A Nicole non sarebbe successo nulla, gli dissero, visto che era innocente. Innocente, colpevole. Solo bianco o
nero. Quei maledetti cacciatori di taglie.

La notte dell'arresto arrivò troppo in fretta, arrivò prima che lui riuscisse a mettere in ordine i propri pensieri. Sapeva che non sarebbe stato tanto semplice prendere i Lestrange, sperava che Dumbledore lo capisse, che fosse pronto alle conseguenze. Lui aveva capito di non esserlo. Lo aveva capito dagli sguardi di Nicole che, tesa e taciturna, lo aveva spiato per giorni. Con le prime stelle decise che aveva una scelta. In fretta indossò abiti da mago e apparve a Canterbury nella scuderia dove teneva Mordred. Lo sellò, notando quanto era agitato, e galopparono con furia verso il bosco. Non ci volle molto a capire cosa succedeva. Le creature magiche erano in fuga o
nascoste, e alti lampi si alzavano oltre le ultime file dei larici. L'aria fremeva di energia e Mordred galoppava con il collo disteso e le froge dilatate, avvertendo il pericolo. Quando la prima torre si mostrò tra gli alberi Mordred si fermò di scatto, sollevò gli anteriori e cercò di girarsi ma Snape glielo impedì, e lo obbligò a continuare al galoppo
verso il castello. La torre era in fiamme.

***

Il liquido era fresco e amaro. Snape mosse appena le labbra, cercando di berlo. Sentì che scendeva in gola e si riscaldava. Conosceva quella pozione, aveva cercato per anni di riprodurre il suo effetto, senza riuscirsi. Sentì il dolore scivolare via, la stretta sciogliersi. La stanza era quasi del tutto buia. Sentì che il liquido veniva appoggiato di nuovo alle sue labbra, sentì che una mano gli scostava leggermente i capelli, per permettergli di bere. Sentì dita sottili tracciare le linee del suo volto, e poi svanire.

***

I Lestrange e i Logbottom si fronteggiavano sulla torre, scagliandosi incantesimi che facevano vibrare le mura del castello. Le scale principali erano crollate, e il fuoco avrebbe presto invaso tutta l'ala est. Snape attraversò il cortile e salì di corsa da una delle scale di pietra rimaste in piedi. Salì fino alla torre e solo lì, raggomitolata sugli ultimi scalini, trovò Nicole, ferita, sotto shock, vicinissima alle fiamme.

"Snape, portala via, in fretta" gridò Rodolphus, il volto sconvolto.

Snape annuì, la guardò negli occhi sbarrati cercando il suo consenso, poi la prese in braccio, e la portò fuori dal castello.

Mordred si avvicinò non appena li vide. Snape sistemò Nicole in sella stringendola davanti a sé, e galopparono attraverso il bosco, lontano dal castello.
Nicole si girò all'indietro, si appoggiò a lui e fissò le fiamme fino all'ultimo momento, poteva vederle riflesse nei suoi occhi. Avrebbe voluto fermarsi, chiederle cos'era successo, bloccare il sangue che le usciva dalle ferite, impedirle di tremare in quel modo terribile. Ma non poteva farlo. Doveva portarla via.

Raggiunsero Londra a notte fonda. La sistemò sul divano con cautela, lei non lo guardava. Identificò in fretta le ferite aperte, le tamponò, poi camminò furiosamente per la casa e trovò tutto il necessario per medicarle. Mise un calderone sul fuoco, e le voltò le spalle. Mentre lavorava in fretta, le mani ancora sporche di sangue, le spalle rigide per il freddo, poteva sentire il suo sguardo penetrare a fondo alla base del collo. Quando tornò da lei con la pozione la trovò raggomitolata tra le coperte, pallidissima e
fredda.

"Tu lo sapevi" disse prima che lui facesse un solo gesto.

"Sì"

"Li hai aiutati"

"No"

Lei distolse lo sguardo.

Avrebbe voluto dirle tutto, spiegarle cosa era successo in quegli anni, cosa era successo alla sua vita. Si sedette di fronte a lei, non poteva respirare.

"Lascia stare, so già tutto." disse lei senza guardarlo.

Snape abbassò la testa, la prese tra le mani.

Nicole continuò, con un filo di voce "Lascio l'Inghilterra, ci stavo pensando da mesi. Non c'è niente per me qui, Dumbledore capirà. Ti prego, non cercarmi."

Bevve in silenzio, lasciò che lui dormisse un po' sulla poltrona accanto a lei, che le appoggiasse una mano sulla fronte di tanto in tanto per sentire la febbre che scendeva, che le togliesse la cenere dal volto, e la mattina dopo era scomparsa.

Passarono settimane, casa Lestrange era solo un cumulo di pietre in rovina. Snape seppe che Nicole era tornata a Durmstrang, l'eco delle sue ricerche sul campo si diffondeva in fretta. Passarono altre settimane, e mesi, e anni. Il dolore si trasformava lentamente in amarezza. La immaginava camminare nelle foreste di betulle in cerca di erbe magiche, scrivere nella sua stanza alla luce della neve, mescolare ingredienti a notte fonda quando il silenzio è totale.
Poi l'aveva incontrata. Era un pomeriggio d'autunno, a Praga, una via stretta, la vicinanza già percepibile del Golem. Lei era diventata quello che voleva, colta, libera, potente. In fondo lo era sempre stata. Usciva da una minuscola libreria, si avvolgeva più stretto il mantello nero, e le si leggeva nei gesti la familiarità con quel mondo. Quando lui aveva cercato il suo sguardo lei aveva ammorbidito gli occhi verdi e gli aveva sorriso, nient'altro, prima di andarsene.
Cosa avesse provato, nel ricambiare quel sorriso, nel vederla andare via di nuovo, lo ricordava molto bene.
Qualcosa di bruciante, che non riusciva ancora a controllare.

***

Quando si risvegliò era disteso sul pavimento. Era solo, e qualcuno lo aveva coperto con un mantello. Le candele mandavano una fiamma più alta, e la porta era
ricomparsa sul muro. Albeggiava.

 

 

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